PSICOLOGA DR.SSA LETIZIA CIABATTONI

Psicologa, Counselor, Mediatrice Familiare

Separazione e animali domestici: cosa succede quando il matrimonio finisce?

Tutti amiamo gli animali domestici tanto da considerarli parti della famiglia ma, ad oggi non esiste una legge che li regolamenti nell’ambito del nucleo familiare e che ne riconosca l’importanza, pertanto…

IL NOSTRO ORDINAMENTO: COSA PREVEDE?

L’esigenza di disciplina di questo aspetto della separazione nasce dal fatto che in Italia quasi una famiglia su due vive con un animale domestico e sono sempre in aumento i casi di separazione tra i coniugi nei quali cani, gatti e altri animali diventano oggetto del contendere in un quadro normativo attualmente carente. Per fortuna sembra che le cose stiano per cambiare. È in discussione in Senato un Disegno di Legge volto proprio a disciplinare questo aspetto: il D.L. 1392 del 2019. Tale Disegno di Legge individua e definisce gli “animali familiari”, facendovi rientrare animali domestici tenuti dall’uomo per mera compagnia. In particolare, non si riferisce solo a cani e gatti ma anche ad animali domestici meno convenzionali quali: mucche, maialini, cavalli, conigli. Questi ultimi, per essere riconosciuti come “animali familiari” dovranno essere censiti con una comunicazione al Sindaco e al veterinario dell’ASL. La proposta di legge riconoscerà agli animali familiari gli stessi diritti civili riconosciuti alle persone ove compatibili: si darà la possibilità ai coniugi o, in caso di disaccordo, al Giudice di affidare gli animali in via esclusiva o condivisa alla parte che potrà garantire loro la sistemazione migliore, indipendentemente da chi ne risulta il “titolare” (perché ha fatto l’acquisto o perché risulta da pedigree ecc..). Per realizzare al meglio tale regime di affidamento, il Giudice potrà farsi supportare da un esperto in etologia (la scienza che studia il comportamento dell’animale). I Tribunali, in assenza di una norma di riferimento, hanno applicato la disciplina prevista per i figli minori. 

Solo l’accordo dei coniugi può, quindi, definire la sorte del cane o del gatto, ma se manca l’intesa non spetta al giudice definire con chi vadano a stare gli animali domestici e l’ammontare del loro mantenimento. Eccezione: Tuttavia, il giudice può prendere in considerazione il problema dell’affidamento del cane o del gatto o di altri animali domestici, nel momento in cui ci sono dei bambini minori particolarmente legati. Difatti, il codice civile stabilisce che il principale scopo che deve perseguire il giudice, nel momento in cui stabilisce le condizioni di separazione e divorzio dei coniugi, è la tutela dell’interesse morale e materiale del minore. Ciò quindi non è di ostacolo ad un provvedimento che disciplini anche la sorte degli animali domestici. Se non vi sono minori, ai fini della decisione sull’affidamento degli animali domestici, si potrà valutare l’intensità del rapporto con uno dei separandi.

Scuola e responsabilità genitoriale in caso di separazione e divorzio

La normativa recente ha modificato gli articoli 315 e seguenti del Codice Civile in materia di responsabilità genitoriale. E' infatti in vigore il decreto legislativo del 28 dicembre 2013, n. 154, che all'art. 39 dispone quanto segue: "Entrambi i genitori hanno la responsabilità genitoriale che è esercitata di comune accordo tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del figlio. I genitori di comune accordo stabiliscono la residenza abituale del minore. In caso di contrasto su questioni di particolare importanza ciascuno dei genitori può ricorrere senza formalità al giudice indicando i provvedimenti che ritiene più idonei. Il giudice, sentiti i genitori e disposto l'ascolto del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento, suggerisce le determinazioni che ritiene più utili nell'interesse del figlio e dell'unità familiare. Se il contrasto permane il giudice attribuisce il potere di decisione a quello dei genitori che, nel singolo caso, ritiene il più idoneo a curare l'interesse del figlio. Il genitore che ha riconosciuto il figlio esercita la responsabilità genitoriale su di lui. Se il riconoscimento del figlio, nato fuori del matrimonio, è fatto dai genitori, l'esercizio della responsabilità genitoriale spetta ad entrambi. Il genitore che non esercita la responsabilità genitoriale vigila sull'istruzione, sull'educazione e sulle condizioni di vita del figlio". Pertanto, in caso di iscrizione a scuola, la scelta deve essere sempre condivisa da entrambi i genitori, indipendentemente dalla situazione di separazione e divorzio e a prescindere dalla tipologia di affidamento. E' dunque richiesto al genitore che compila la domanda, di dichiarare di aver effettuato la scelta con il consenso dell'altro genitore. La richiesta, rientrando nella cosiddetta "Responsabilità genitoriale", deve essere sempre condivisa da entrambi i genitori, indipendentemente dalla situazione di separazione e divorzio e a prescindere dalla tipologia di affidamento. Di conseguenza, nel modulo di iscrizione é richiesto al genitore che compila la domanda, di dichiarare di aver effettuato la scelta con il consenso dell'altro genitore.

Gruppi di parola per figli di genitori separati

Cos'é un gruppo di parola?

È uno spazio confidenziale in cui operatori qualificati favoriscono il sostegno e lo scambio di esperienze tra bambini i cui genitori si stanno separando oppure si sono già separati e tra singoli genitori separati o in fase di separazione.

Perché un gruppo di bambini?

L’esperienza di gruppo permette ai bambini di: esprimere condividere i propri pensieri ed emozioni attraverso la parola, il disegno, i giochi di ruolo e la scrittura avere delle informazioni, porre delle domande metter parola sui sentimenti, paure, inquietudini, speranze trovare una migliorare il dialogo con i propri genitori vivere più serenamente la riorganizzazione familiare Il gruppo è una risorsa peri genitori e per i bambini, per accedere ai sentimenti e dare un nome alle difficoltà di tutti i giorni, in un delicato momento di cambiamento familiare.

Il conflitto

Molti ricercatori hanno studiato i vissuti di cui le coppie conflittuali in separazione fanno esperienza.

Ecco quali sono i più frequenti:

Nel caso di separazioni conflittuali la separazione è decisa più spesso sulla base di vissuti di “maltrattamento” familiare piuttosto che prendendo atto del termine dell’amore coniugale, o ancora è decisa sulla scorta di un negativo vissuto di eccessiva “dipendenza” dal partner (di tipo economico ma non solo, ad esempio anche affettivo, familiare, ad esempio “… la sua famiglia non mi accettava, io non potevo fare nulla e lui/lei non mi difendeva….” , genitoriale, ad esempio “… io volevo ma lui/lei non mi faceva fare davvero il genitore, criticava sempre…” - ecc..) il rapporto con i figli è descritto come più problematico. Immersi come sono nel loro conflitto i genitori non riescono a comprendere che i figli sono vittime impotenti del loro conflitto. Molto spesso in una separazione conflittuale emergono visioni negative dei figli, spesso associate al carattere dell’altro coniuge: ad esempio il rapporto con un figlio può essere sentito come problematico perché egli “assomiglia” all’ex partner negli aspetti più negativi, oppure perché è “spalleggiato” dall’ex partner, o più spesso “plagiato”, ecc..) nelle coppie conflittuali l’altro coniuge viene giudicato più negativamente e ne vengono evidenziati soprattutto gli aspetti negativi. Quelli positivi invece tendono ad essere misconosciuti: ad esempio non vengono colte specifiche competenze relazionali o affettive dell’ex partner, e nemmeno quelle genitoriali. Ciò che si perde di vista infatti è che ad esempio molto difficilmente un genitore è “completamente e totalmente” negativo, e che i comportamenti, anche i più disfunzionali, rispondono sempre a delle logiche relazionali, risultando in qualche modo “costruiti” dentro le relazioni. Ci si sente solo vittime di un ex partner completamente “sbagliato”, che arriva ad incarnare ogni negatività perdendo all’opposto ogni elemento positivo si avverte un maggiore senso di fallimento e sfiducia in sé.

La negatività di un conflitto continuo è sempre particolarmente insidiosa. Lo è per le relazioni, per la stabilità degli affetti ma anche per la salute fisica, per il benessere psicologico così come per l’equilibrio familiare. Oltre agli adulti, sono soprattutto i figli a patire il conflitto tra i genitori. Già Winnicott, il noto psicologo dell’età evolutiva, sosteneva nel 1973 (p. 113) che “… i bambini sono estremamente sensibili al tipo di relazione esistente tra i genitori: quando tra le quinte va tutto bene, il bambino è il primo a rendersene conto e lo dimostra: infatti è palesemente più a proprio agio ed è felice; è anche più facile accudirlo”.

 

Perché ci si separa?

Rispetto alle motivazioni alla base delle separazioni, quelle per “incompatibilità di carattere” sono certamente quelle che si verificano di gran lunga più spesso. Questo tipo di separazioni porta con sé anche un livello più elevato di conflitto pre e post separativo, a differenza ad esempio di quanto accade nelle separazioni per “esaurimento dell’amore” o per progressiva divergenza di interessi ed aspettative sulla vita tra i coniugi (come nelle separazioni in tarda età). In questi casi infatti il vissuto di un amore e di una intimità che progressivamente vanno scemando non porta di norma ad un conflitto, mentre di solito è presente una condizione emotiva più pacifica legata al ripensarsi fuori dalla coppia. Possono essere presenti dei sensi di colpa, o volte rimpianti e tristezze per la fine dell’amore, ma quasi mai conflitto. Tornando alle separazioni per “incompatibilità di carattere”, che sono quelle più a rischio di essere conflittuali, va detto che esse non vengono decise tanto sulla base di eventi “puntuali” e specifici nella storia della coppia (quali ad esempio un tradimento, una malattia, un cambio - o la perdita - del lavoro, di abitazione, del contesto di vita, ecc..) ma risultano essere una sorta di evoluzione di un precedente (e spesso perdurante) stato di malessere, insoddisfazione, incomprensione e confitto, il quale alla luce di un evento specifico accaduto nella coppia (che diventa il catalizzatore, il motivo “simbolo” della separazione, la “goccia che fa traboccare il vaso”) sfocia nella decisione di entrambi (più spesso di uno solo dei partner) di separarsi. I motivi specifici quindi, come quelli sopra elencati legati al lavoro, ad un tradimento, ad una malattia, ecc.., quasi mai da soli portano alla separazione: è necessario infatti perché si arrivi alla separazione che la coppia non funzioni già da tempo.

I figli: un fattore di rischio per la coppia?

Un elemento molto particolare che si riscontra nelle coppie che si separano in modo conflittuale è che spesso si tratta di coppie con figli. Secondo Telefono Azzurro nel 2012 il 73,3% delle separazioni e il 66,2% dei divorzi hanno riguardato coppie con figli avuti durante il matrimonio. Spesso in queste coppie il conflitto era già presente da tempo, sebbene più o meno mascherato. Contrariamente a quanto si può pensare l’avere dei figli spesso non è un fattore di rafforzamento del legame tra i coniugi, come magari poteva esserlo stato - per altre ragioni - alcuni decenni fa, quanto piuttosto di rischio, ed è spesso proprio attorno alla genitorialità che il conflitto coniugale prende forma e si alimenta, portando spesse volte ad una separazione conflittuale. Esistono ovviamente coppie che funzionano bene sul piano genitoriale e che decidono comunque di separarsi, ma quasi mai in questi casi si assiste a separazioni conflittuali. Questo perché l’accordo genitoriale stempera sensibilmente il conflitto separativo, risultando quindi la variabile fondamentale nel definire l’evoluzione conflittuale o meno di una separazione. Oltre a ciò avere problematiche sul piano genitoriale è fonte di conflitto coniugale in modo molto più frequente di quanto accada ad esempio nel caso di problemi con le famiglie di origine.

I danni di una conflittualità esasperata

Spesso la separazione costituisce una dolorosa necessità, ma è importante riflettere sulla diversità del dolore degli adulti rispetto a quello dei figli. Per i primi si tratta del fallimento di un progetto di convivenza e collaborazione, con ripercussioni sociali, affettive ed economiche; per i figli, invece, la separazione rappresenta un potenziale attacco alla propria sicurezza esistenziale, una minaccia al bisogno e al diritto di poter contare sulla presenza degli adulti per crescere. Tale esigenza dei figli, in verità, è minacciata anche dalle guerre tra genitori non separati. È importante tenere presente, infatti, che non è tanto la separazione in sé a provocare eventuali danni ai figli, quanto le modalità della separazione. La conflittualità aperta tra i genitori incide negativamente sullo sviluppo della personalità dei bambini: è stato ampiamente dimostrato che per la salute psicofisica di un figlio è più nociva una famiglia formalmente “integra” ma conflittuale in maniera esasperata rispetto a una situazione in cui la coppia genitoriale è serenamente separata o divorziata. Sul punto sono intervenute numerose decisioni dei Tribunali ordinari e della Corte di Cassazione, che hanno ribadito come l’assistere a violenti scontri tra genitori possa costituire maltrattamento nei confronti dei figli stessi. I bambini e i ragazzi, inoltre, imparano proprio dall’esempio che viene loro fornito: il clima familiare vissuto durante l’infanzia e l’adolescenza potrebbe essere riprodotto in futuro, diventando un esempio virtuoso o un alibi per le proprie intemperanze.

Come si struttura la Mediazione Familiare

La Mediazione Familiare si struttura in una serie di incontri (da un minimo di 3 ad un massimo di 12/13 incontri). Il fine è quello di redigere attraverso un percorso di negoziazioni a tappe, un documento di accordo che i coniugi presenteranno poi al giudice per la necessaria ratifica ufficiale.

Il mediatore è un terzo soggetto imparziale, equidistante e professionalmente preparato che aiuta la coppia a stabilire una comunicazione costruttiva ed efficace. La figura del Mediatore Familiare serva a evitare che la coppia corra il rischio di venire schiacciata dalla crisi. La separazione si può definire compiuta, in senso evolutivo quando vengono risolti i nodi relazionali legati ai ruoli coniugali che hanno portato alla dissoluzione del matrimonio. Rimangono, anche se trasformati, i ruoli genitoriali. I due partner rimangono quindi genitori e sarà su questo compito che essi dovranno imparare a lavorare insieme, riducendo così la sofferenza e il disorientamento nei figli. L’obiettivo è offrire agli ex coniugi un contesto strutturato e protetto dove poter raggiungere accordi concreti e duraturi su decisioni che riguardano la loro relazione genitoriale e quella con i loro figli (come l’affidamento e l’educazione dei minori). La Mediazione Familiare si svolge quindi attraverso un ciclo di sedute concordate con la coppia.

Ecco, in sintesi, le opportunità che la Mediazione familiare offre: Attenzione alla comunicazione tra le parti interagenti.

Accoglienza delle emozioni e della sofferenza.

Attivazione delle risorse familiari.

Aiuto al raggiungimento dell’adattamento alla separazione nel rispetto della fase del ciclo vitale in cui la famiglia si trova.

Ampliamento del campo di osservazione alla rete relazionale passata, presente e futura.

La Mediazione Familiare si svolge in presenza dei coniugi, ma, in alcuni momenti, la presenza dei figli può rendere più efficace il percorso, perché consente di dar voce ai loro desideri e alle loro paure, favorendo, di conseguenza, l’elaborazione di accordi genitoriali più consoni. 

Non tutte le coppie sono mediabili: la mediazione familiare non è un percorso obbligatorio

La coppia, infatti, deve determinarsi liberamente nella scelta del percorso di mediazione. Ciò perché deve predisporsi all’ascolto e all’accoglimento dei bisogni dell’altro, in un momento nel quale il contrasto è o può apparire elevato. Tale predisposizione può venire a mancare in tutte quelle ipotesi nelle quali uno od entrambi i componenti della coppia non siano nelle condizioni (fisiche o mentali) di determinarsi serenamente in tal senso, ovvero vi siano comportamenti che possono pregiudicare il percorso di mediazione e conseguentemente il buon esito dello stesso. Proprio alla luce di ciò, la mediazione familiare può dirsi impossibile in presenza di:

Reati penali (maltrattamenti, abusi);

Patologie gravi di uno o di entrambi i componenti della coppia (dipendenza da sostanze stupefacenti, dal gioco, dall’alcool). Sovente in tali ipotesi la persona affetta da dipendenza tende a reiterare determinati comportamenti e a non rispettare gli accordi;

Disturbi psichiatrici.

Ma lo è anche in caso di: Assoluta mancanza di comunicazione tra i componenti la coppia. In tale situazione le parti non manifestano interesse alcuno al dialogo: non hanno voglia di parlare né, persino, neanche di litigare. Si mostrano disinteressati l’uno all’altra e soprattutto non riconoscono il bene superiore dei figli. Eccesso di conflittualità. Le parti si mostrano antagoniste l’una all’altra, rabbia ed emozioni vengono scaricate nei confronti dell’altro come se questi fosse un avversario da eliminare. Il rancore nei confronti dell’altro si manifesta in tutto il suo spessore tanto da non riconoscere neanche se stessi nel momento in cui – magari anni addietro – si era individuato l’altro come compagno di vita. In tali ipotesi l’eccesso di rabbia, che è rivolto alla “cancellazione” dell’altro, non consente il raggiungimento dell’accordo. Non sono mediabili anche tutte quelle situazioni nelle quali vi siano aspettative diverse da parte dei componenti la coppia: uno si vuol separare, l’altro no. In tal caso, spesso l’atteggiamento utilizzato da parte della parte che non intende separarsi è quello di cassare qualsivoglia soluzione l’altro proponga o ancora e più semplicemente quello di non partecipare e/o interrompere gli incontri di mediazione.

La mediabilità di una coppia deve necessariamente essere oggetto di una chiara e precisa valutazione.

Lavorare su una mediazione palesemente impossibile potrebbe non solo non portare ad alcun risultato, ma, oltretutto, l’accordo che eventualmente ne potrebbe discendere potrebbe non rivelarsi duraturo perché non condiviso dalla coppia con serenità e completa predisposizione. Ciò potrebbe condurre la coppia stessa ovvero anche uno soltanto di loro a ritenere il percorso intrapreso come un ulteriore fallimento (oltre a quello della vita coniugale o familiare in genere).

La mediazione familiare in Italia: affidamento condiviso prima e dopo l’entrata in vigore della legge 2006/54

La mediazione familiare in Italia arriva nell’anno 1987, dove la mediazione appare anche in Italia con la costituzione a Milano dell’associazione GeA (genitori ancora), nata per diffondere la conoscenza e la pratica della mediazione familiare, è così che i primi centri di mediazione nascono e si sviluppano ma solo per impulso e iniziativa privata, anche se con il sostegno pubblico, da parte degli enti locali.

In Italia è importante ricordare la L. n. 54 del 2006 sull’affido condiviso, primo atto in cui si comincia a parlare concretamente di mediazione. Questa legge prevede che i figli vengano affidati ad entrambi i genitori, i quali continuano ad esercitare la loro potestà sui figli, e ad avere responsabilità educative nei confronti di questi ultimi. Il giudice può però decidere di affidare il figlio ad un solo genitore (art. 155bis c.c.).

Cosa accade però se il divorzio si ha avuto prima dell’entrata in vigore della legge?

Quali sono i limiti imposti e le regole da rispettare?

La legge di riforma che ha introdotto i principi di bigenitorialità, di affidamento condiviso e di condivisione, è entrata in vigore nel marzo 2006 ed ha modificato alcuni articoli del codice civile, ne ha aggiunti altri e sostanzialmente ha innovato la disciplina sia sostanziale che processuale in materia di separazione e divorzio. La legge del 2006, ha espressamente previsto che per coloro i quali hanno ottenuto il divorzio prima dell’entrata in vigore della legge, di osservare l’art.4 comma 1 instaurando avanti al tribunale competente, che deciderà in camera di consiglio, un procedimento di modifica e di revisione delle condizioni ai sensi dell’art. 710 cpc. Il principio della bigenitorialità delinea, per i coniugi che intendono separarsi, un modello comportamentale nuovo nel loro rapporto con i figli, quindi entrambi i genitori devono condividere le responsabilità educative verso i figli e continuare comunque ad essere un punto di riferimento.

ll mediatore familiare: caratteristiche fondamentali

Il mediatore familiare è una figura professionale che aiuta nella gestione dei rapporti familiari, con un metodo alternativo per la risoluzione dei conflitti e facendo in modo che le parti possano trovare un accordo favorevole sia emotivamente che economicamente ma soprattutto nell’interesse del minore qualora questo fosse presente.

In sostanza il mediatore familiare aiuta a trovare pace e tranquillità in quelle famiglie in cui si manifesta la volontà di separarsi, stimola perciò le persone a trovare un accordo, un punto di incontro affinchè i bisogni delle parti vengano soddisfatti. Il mediatore familiare è un soggetto terzo ed imparziale e deve mantenere una posizione di equi-distanza tra le parti.

Spesso si pensa che il mediatore familiare è una figura preposta alla conciliazione; in realtà non è così, ma bensì si occupa unicamente di separazioni e di guidare il nucleo familiare durante il processo di separazione, che porterà la coppia coniugale a diventare una coppia esclusivamente genitoriale. In sintesi quindi la mediazione familiare può essere considerata un intervento che accompagna i soggetti che si trovano nella condizione di dover chiarire le proprie relazioni affettive, di dover prendere decisioni e di dover affermare le proprie esigenze, quando le risorse personali non sono sufficienti. Il mediatore è un intermediario nella fase di transizione di una coppia.

Il mediatore, in quanto soggetto professionale, deve rispettare alcuni obblighi quali:

Neutralità, imparzialità ed equidistanza tra le parti;

Segreto professionale;

E’ responsabile del processo di negoziazione in quanto la sua funzione è quella di guidare la coppia favorendo il cammino lineare verso una stabilità ed un equilibrio psico-affettivo;

Ha la funzione cardine nella gestione dell’intero processo;

Illustra le regole necessarie per il corretto proseguimento di riconciliazione;

Ha un ruolo attivo nell’ascolto e nel dialogo;

Il suo linguaggio deve essere semplice, chiaro e lineare;

I principi che orientano il mediatore nei colloqui sono:

Il principio dell’ipotizzazioneà formula delle ipotesi in base ai dati in possesso per giungere ad una soluzione;

Il principio della circolarità Il principio della neutralità;

Il mediatore è un professionista che con empatia si approccia alle parti e dialoga con loro cercando di evitare espressioni colpevolizzanti ma favorendo sempre il ragionamento.

La mediazione familiare può essere richiesta: quando i genitori decidono di separarsi, prima ancora di contattare l’avvocato quando è pendente il procedimento di separazione subito dopo l’emanazione della sentenza o del decreto di omologa in fase di revisione degli accordi presi in sede di separazione legale.

Cos'è la Mediazione Familiare

Per Mediazione Familiare si intende un processo collaborativo di risoluzione del conflitto, in cui le coppie il cui rapporto sta finendo o è finito, sono assistite da un soggetto terzo imparziale (Mediatore) per comunicare l’una con l’altra e trovare una risoluzione accettabile per entrambi, relativa ai problemi di riorganizzazione dopo la separazione; il mediatore agendo da facilitatore della comunicazione tra le parti le aiuta a raggiungere un obbiettivo concreto che è la riorganizzazione delle relazioni a seguito della separazione o del divorzio.

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